L’esempio dei bambini di Arzano per non dimenticare questi giorni


dal Corriere Adriatico del 25 Maggio 2020

“Io speriamo che me la cavo”, è il titolo del libro pubblicato nel 1990 con i temi svolti da bambini delle elementari di Arzano e raccolti dal maestro Marcello D’Orta. Un titolo che bene riassume il periodo che stiamo attraversando di piena convivenza con il virus. Abbiamo acquisito alcune certezze su come affrontare la malattia, su come ridurre le occasioni di contagio, su come riconoscere eventuali nuovi focolai, ma siamo consapevoli che il virus non è debellato e non disponiamo di cure mediche o vaccini capaci di proteggerci. Restiamo in attesa dei dati sui contagi del post-lockdown, e lentamente ma con continuità stiamo riprendendo molte attività economiche, sociali e culturali. Oltre alle aziende abbiamo aperto musei e inaugurato mostre.  

Quello che non dobbiamo dimenticare è l’esperienza di questi ultimi 90 giorni, dove abbiamo preso atto degli errori commessi nel passato. Dovremmo fare come i bambini di Arzano, scrivere queste esperienze per rileggerle quando saremo chiamati ad affrontare la nuova fase di governo della Regione. Un tema fra tanti: la medicina territoriale. Nelle settimane passate sono stati dimenticati, non dando loro il giusto riconoscimento, i medici e gli operatori sanitari della medicina territoriale che hanno avuto un ruolo altrettanto fondamentale nella lotta e nel contenimento del Covid19, al pari dei loro colleghi impegnati nei centri di cura intensiva. E’ grazie a loro che tanti pazienti sono stati curati senza ricorrere ai reparti specializzati, evitando così pericolosi affollamenti e la saturazione dei posti disponibili. Nei diversi territori sono state predisposte strutture per i tamponi, per gli esami diagnostici, per evitare ai pazienti di recarsi negli ospedali e nei pronto soccorso, riducendo le possibili occasioni di contagio soprattutto per gli ospiti delle Residenze Sanitarie Assistenziali (RSA), quelle che una volta chiamavamo case di riposo. Le Unità Speciali di Continuità Assistenziale (USCA) hanno potuto contare sulla collaborazione di molti medici di medicina generale, di pediatri e di giovani medici, e sono risultate fondamentali per la cura a domicilio dei pazienti Covid: il monitoraggio costante, gli esami diagnostici a domicilio, la somministrazione di terapie precoci e a domicilio hanno curato molte persone riducendo così il numero dei ricoveri. Il virus si sconfigge sul territorio, riconoscendo i primi sintomi, trattando precocemente la malattia per prevenire l’insorgere di complicanze. Sarà quindi necessario aggiungere alla strategia delle 3T (testare, tracciare, trattare) una quarta: tempestività. 

L’ultimo Decreto del Governo, tra le tante azioni proposte, intende rilanciare la sanità pubblica partendo proprio da queste esperienze. Solo per citare alcuni aspetti, verrà potenziata l’assistenza domiciliare, con personale dedicato ad azioni terapeutiche ed assistenziali domiciliari. In particolare, l’assistenza per i pazienti con più di 65 anni aumenterà del 50% per raggiungere i livelli OCSE, mentre saranno raddoppiati i servizi per tutti gli altri. Risorse ancora non sufficienti, ma almeno si registra un cambio di prospettiva. Così come il rafforzamento delle attività di sorveglianza attiva nei territori con la collaborazione tra i dipartimenti di prevenzione ed i medici di medicina generale e i pediatri. Incremento dei controlli nelle RSA e aumento delle funzionalità delle UCSA con l’inserimento dell’infermiere di quartiere. Nell’assistenza sanitaria domiciliare bisognerà utilizzare maggiormente le tecnologie digitali con l’introduzione di semplici dispositivi, come i saturimetri per misurare i livelli di ossigenazione utili per decidere se ricorrere al ricovero ospedaliero del paziente, il tutto integrato in centrali operative a livello territoriale. In questo scenario le tecnologie domotiche per l’assistenza alle persone (Ambient Assiste Living Technologies) assumeranno un ruolo centrale e da questa emergenza, così come accaduto per il lavoro agile, si avrà la possibilità di avviare finalmente il necessario sviluppo e la diffusione dei servizi di telemedicina, che potranno andare oltre l’emergenza dettata dalla pandemia e diventare un valido strumento capace di offrire la stessa qualità dei servizi assistenziali sia nelle città che nelle aree meno densamente abitate. 

Nell’emergenza abbiamo anche constato la difficoltà di coordinamento tra Regioni e Stato, soprattutto sugli aspetti sanitari, producendo soluzioni di contrasto al virus differenti nei vari territori, con risultati non sempre soddisfacenti. Alcuni hanno fatto bene altri meno. Anche questo non dobbiamo dimenticarlo e fare come i bambini di Arzano, scrivere di queste esperienze per rileggerle quando dovremo affrontare la nuova fase di riordino istituzionale, ormai non più rinviabile. Prerogative legislative nazionali e regionali che tendono a sovrapporsi o enti come le Provincie che sono rimaste appese ad una riforma non completata. Per fortuna la strada intrapresa sulle autonomie differenziate si è interrotta, altrimenti, oltre alla cancellazione del principio di sussidiarietà tra Regioni, avremmo avuto servizi, a partire da quello sanitario, molto diversi tra le regioni, e come sperimentato nella pandemia, non sempre capaci di garantire buoni risultati. Il servizio sanitario nazionale deve, pur nelle autonomie amministrative delle Regioni, mantenere uno stretto coordinamento nazionale, come avviene ad esempio per le Scuole e le Università. Il lavoro, la salute, l’istruzione dei cittadini sono valori fondanti della nostra Costituzione e devono rimanere tali, con un indirizzo politico nazionale. Speriamo di trovare un maestro per raccogliere tutti questi temi, altrimenti ci dimenticheremo presto degli errori commessi, e ricominceremo a farne di nuovi e ancor più gravi.


Maggio 25, 2020 3:00 pm
by Sauro Longhi