Si deve ripartire in sicurezza preparandosi ai cambiamenti


dal Corriere Adriatico del 20 Aprile 2020

Tutti sono convinti che sia necessario ripartire con le attività produttive e sociali, tutti sono altrettanto consapevoli che il Coronavirus non è stato ancora debellato. Come conciliare la ripresa delle attività produttive con la necessaria sicurezza per i tanti che ne saranno coinvolti? Quali saranno le attività da riaprire? Perché è impensabile che tutto possa tornare per incanto come prima. Per questo è necessaria un’attenta programmazione delle azioni da avviare in queste settimane. A chi ci governa il compito di pianificare, possibilmente in modo coerente per aree geografiche contigue e per tipologia di azione, evitando gli errori della prima fase dell’epidemia, dove tutto questo è mancato. A noi cittadini il compito di vivere la fase due in modo consapevole, l’epidemia si potrà contenere soprattutto con i nostri comportamenti individuali. La riduzione degli incontri e quindi dei contatti è, attualmente, l’unico strumento per abbassare la velocità di propagazione di questa pandemia, fintanto che non avremo cure adeguate e soprattutto un vaccino. I dati di queste ore ce lo confermano, il parametro R con zero (il numero medio di infezioni trasmesse da un individuo infetto) è sceso finalmente sotto l’unità, ma per avere il controllo dell’epidemia dovremmo arrivare almeno a 0,5. 

Ora, per ripartire in sicurezza sono necessarie almeno 5 cose: dispositivi di protezione individuale, i guanti e le mascherine restano fondamentali, la permanenza dei Covid Hospital, lo sviluppo di un’efficace medicina “territoriale” capace di prendere in carico le persone contagiate al primo insorgere dei sintomi, perché se una cosa l’abbiamo imparata è che quanto prima si interviene maggiori sono le probabilità di guarigione. Poi, un campionamento e monitoraggio sulla popolazione per misurare la diffusione del visus attraverso tamponi, ad oggi gli unici strumenti disponibili. Infine, dispositivi tecnologici per il “contact tracing”, un’app da installare nei propri cellulari per dare soluzione all’isolamento selettivo, calcolando la probabilità di aver contratto il virus in funzione dei nostri spostamenti. Questa soluzione garantirà anche la necessaria distanza di sicurezza tra le persone nei diversi ambiti produttivi e di vita, segnalandoci con un “bip” se ci stiamo avvicinando troppo. Ma potrebbe anche rilevare se le persone sono portatori sani, di qui la necessità dell’uso dei tamponi o di altri strumenti diagnostici. Tutto questo ha ripercussioni sulla nostra privacy e soprattutto avrà risultati significativi se almeno il 60% della popolazione lo utilizzerà, quindi fondamentale sarà la responsabilità dei comportanti individuali. Come le mascherine, se tutti le usano, soprattutto i portatori sani e gli ammalati, lo strumento è efficace, altrimenti no. 

Sono sempre più convito che l’uso delle nuove tecnologie digitali ci permetterà di riprendere le nostre attività in sicurezza e in efficienza, non sono col telelavoro, esperienza molto positiva con la quale abbiamo familiarizzato in questa emergenza, ma in tanti altri ambiti, produttivi, sanitari e sociali.  E qui tornano in evidenza due fattori: investire come Paese e come Regione in infrastrutture digitali e in formazione per le persone all’uso di queste nuove tecnologie, che ci faranno “faticare” meno, vivere meglio e guadagnare di più. Un esempio, le tecnologie degli ambienti di vita, chiamate tecnologie domotiche, ci garantiranno un comfort domestico maggiore ed un ridotto consumo di energia, ed integrate con innovativi servizi sanitari e sociali ci permetteranno di vivere più a lungo, in salute, in sicurezza e con una qualità più elevata. Molte sperimentazioni sono state avviate, ora occorre indirizzare investimenti significativi con una politica di “public procurement” per orientare parte della spesa pubblica all’acquisto di beni e servizi basati su queste nuove tecnologie di Ambient Assisted Living da integrare nell’attuale sistema sanitario e assistenziale. In modo da assistere persone con specifici bisogni senza il ricovero presso strutture ospedaliere o residenziali assistite, garantendo la stessa qualità del servizio, anzi migliorandola e riducendo di fatto i costi sociali e soprattutto ambientali. Si avrebbe così la possibilità di gestire l’attuale pandemia, ma anche la cronicità di alcune malattie che arrivano invecchiandoci, così come i vaccini e l’influenza annuale.  Risulta pertanto necessario iniziare ad investire su medicina del territorio e medicina generale con servizi socio-assistenziali ad elevato contenuto tecnologico. Così verranno anche stimolate le attività produttive ed economiche dei settori coinvolti con creazione di occupazione. In questo modo si renderanno competitive anche le imprese nazionali nella concorrenza globale in atto, che vedono attori come Amazon, Apple, Facebook, Google, Microsoft. In aggiunta, si avrebbe un aumento della competitività e della capacità innovativa delle nostre imprese e soprattutto la possibilità di restare proprietari di quella grande quantità dati, chiamati Big Data, che questi processi generano e che saranno sempre più importanti e critici nel futuro. Se l’energia è stata nel passato l’asse di sviluppo strategico, nel futuro lo sarà l’informazione e la capacità di acquisire e interpretare i dati.  “Se nulla sarà come prima” è bene prepararci a questi cambiamenti. 


Aprile 20, 2020 11:00 pm
by Sauro Longhi