dal Corriere Adriatico del 24 Febbraio 2020
Una situazione che si ripete da anni, in Italia le nascite diminuiscono, continuiamo ad avere meno bambini e sempre più anziani, anche perché l’aspettativa di vita cresce e tutti viviamo più a lungo. Questo ci porterà ad avere una società con meno giovani che dovranno sostenere più anziani. Così se questa tendenza non cambierà, tra qualche decina di anni avremo molte meno persone inserite nelle attività lavorative con conseguente perdita di produttività e quindi di ricchezza del paese. Nelle Marche la situazione è forse peggiore, perché negli ultimi cinque anni si è avuto un calo delle nascite di quasi il 20%, superiore a quello nazionale e a quello delle stesse regioni del centro. I motivi sono tanti, tra questi vi è la difficolta economica e organizzativa per le famiglie ad avere figli. Nel nostro paese non esistono politiche incisive, come in altre paesi d’Europa, per aiutare economicamente la famiglia quando arriva un figlio. Non esistono politiche sufficienti per potenziare gli asili nido fondamentali quando nella famiglia entrambi i genitori lavorano, con conseguente aggravio di compiti soprattutto per la madre. La carenza delle infrastrutture sociali non è l’unica causa del sovraccarico di lavoro per le donne. Occorrerebbe una diversa distribuzione del lavoro di cura all’interno della famiglia e della comunità per alleggerire l’impegno sociale delle donne, un lavoro spesso invisibile e non riconosciuto se non all’interno delle mura domestiche. Situazione presente anche nelle Marche aggravata anche dalla congiuntura economica.
Anche nel mondo del lavoro le donne di fronte alla maternità non hanno spesso garanzie sufficienti per avere assicurato il proprio posto di lavoro. Questo può essere anche elemento di discriminazione nelle assunzioni di giovani donne. Da statistiche europee, le donne, guadagnano in media il 16% in meno senza differenze di qualifiche. Questo dato si evince anche dalla banca dati di AlmaLurea, dove sono presenti la quasi totalità dei curricula dei giovani laureati italiani, anche qui a pochi anni dalla laurea le retribuzioni medie delle ragazze sono inferiori a quelle dei loro coetanei maschi a parità di titolo di studio. Di fronte a questa situazione il programma della nuova Commissione della Comunità Europea punta a sviluppare una strategia per una reale parità di genere, che sarà una componente fondamentale della crescita economica. Interverranno sulle disposizioni legislative dei singoli paesi che influiscono sulle decisioni che le donne prendono nel corso della loro vita: scegliere un impiego, gestire un’impresa, sposarsi, avere figli, gestire il proprio patrimonio e percepire una pensione, per garantire vera parità di diritti a donne e uomini. Su queste prospettive l’Europa saprà guidarci. A questo politiche dovremmo collegare le scelte nella Regione.
Molto può essere fatto anche dal punto di vista culturale. Molti condizionamenti possono arrivare dalla società e anche dalla scuola. Ad esempio vi sono corsi di laurea che danno la piena occupabilità a tre anni dalla laurea, con percentuali di studentesse poco superiori al 10%. Queste scelte poi si ripercuotono sui tassi di disoccupazione giovanile che vedono più alto il tasso di disoccupazione tra le giovani laureate. Pur avendo nel nostro Paese maggiori laureate donne, pari al 58%, questo semplice dato implicherebbe che nell’era della conoscenza della valorizzazione dei saperi, le giovani laureate dovrebbero avere una maggiore propensione a trovar lavoro, invece la maggioranza di loro non riesce a sfruttare questo bagaglio di conoscenze acquisite con la laurea. Esistono sicuramente altri fattori che portano a questo dato negativo, ma forse un motivo è nella scelta di corsi di studi da parte delle ragazze. Anche uno degli ultimi G7 ha puntato l’attenzione su questo problema, individuando anche altri fattori, sulle donne grava in maniera pesante il lavoro della cura dei bambini e degli anziani, pertanto andrebbero anche individuate organizzazioni del lavoro più flessibili, con ridotti vincoli di spazio e di tempo, che l’economia digitale faciliterà. Alcuni segnali danno idea di un cambiamento in atto.
Recentemente e per la prima volta in ottocento anni a Oxford si sono iscritte più studentesse che studenti. Come mai le studentesse non scelgono quei percorsi di studio capaci di offrir loro una sicura occupazione? Forse per retaggi culturali e pregiudizi sociali che spingono le studentesse verso settori più adatti per il genere femminile? La propensione verso materie scientifiche e tecnologiche vengono già favorite per genere nelle scuole primarie e superiori, ad una studentessa con ottimi voti sia in italiano che in matematica, non la si indirizza verso corsi di studio tecnico/scientifici, mentre ad un ragazzo si. Forse perché si ritiene che il lavoro che andrà a svolgere e gli spazi che andrà a frequentare non siano adeguati ad una donna o perché impegnata sulla gestione della propria famiglia. Ma l’organizzazione del lavoro sta cambiando, le fabbriche come le conosciamo non esisteranno più, la digitalizzazione dei processi produttivi e dei servizi renderà l’orario di lavoro più flessibile oltre che più corto. Molte di queste differenze saranno destinate a scomparire, dobbiamo scommettere sulle ragazze per avere risposte adeguate alle trasformazioni in atto.
Febbraio 24, 2020 11:00 pm
by
Sauro Longhi