Le declinazioni della cultura per puntare sui nostri giovani


dal Corriere Adriatico del 17 Febbraio 2020

E’ l’anno di Raffaello Sanzio, un pittore, un architetto, un talento delle Marche che più di cinquecento anni fa scelse di partire dalle Marche per trovare spazio al proprio talento, esattamente come accade ora a tanti nostri giovani talenti, architetti, medici, filosofi, ingegneri, letterati, che scelgono di lasciare le Marche per trovare opportunità all’altezza dei propri studi e impegno, non vanno più a Città di Castello, Perugia, Siena, Roma come fece Raffaello, ma a Rotterdam, Berlino, Londra, New York, Pechino, Sidney, vanno incontro al mondo. Questo è positivo, così è sempre stato e così sarà anche nel futuro. Noi abbiamo bisogno di questi giovani per far crescere la nostra cultura, la nostra economia, la nostra vocazione a essere aperti al mondo. Oltre a trattenere questi giovani dovremmo attrarne tanti altri nelle Marche, ne abbiamo bisogno, come la terra del sole.

Nel parlar di cultura si rischia a volte di non essere compresi, di dar valore solo a una parte di questo immenso universo. Sono tante le sue declinazioni, vi è la cultura del fare, del prendersi cura delle persone, di comprendere e valorizzare le differenze, la cultura della bellezza e dell’anima, la cultura della musica e del canto e delle arti, la cultura del rispetto delle persone, la cultura dell’ambiente. Per questo abbiamo bisogno dei giovani delle loro energie, del loro entusiasmo, delle loro passioni, della loro voglia di incontrare il mondo. Dobbiamo investire su di loro anche promuovendo azioni per coinvolgerli nella valorizzazione della cultura nelle Marche. Voglio prendere spunto da quanto presentato su queste colonne dal mio collega Donato Iacobucci, sulla tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale e artistico. Negli ultimi anni è aumentata la sensibilità, l’attenzione verso i beni culturali, perché costituiscono una riserva incredibile di valore anche economico se innestati nel più ampio ambito del turismo, dell’agricoltura e della gastronomia, possono determinare un effetto moltiplicatore con l’efficacia di politiche culturali volte a creare ecosistemi di valore sempre più strutturati e sostenibili. 

La “cultura diffusa delle Marche” è costituita da un reticolo, da una trama fitta di beni culturali di ogni genere (beni archeologici, etnografici, archivistici, scientifici, naturalistici, artistici, architettonici, etc…) in 280 siti tra musei, parchi e grandi monumenti nei quali sono conservati oltre 30.000 reperti delle varie tipologie di bene. Un patrimonio sterminato a disposizione degli abitanti dei 228 comuni delle Marche, ma che dobbiamo mettere a disposizione del mondo intero. I dati recentemente pubblicati, danno risalto di questa opportunità ancora sottostimata come “potenziale culturale”. 

I fenomeni sismici degli ultimi anni hanno dato ai beni culturali una grande visibilità, quasi costringendo le amministrazioni e le sovraintendenze a porsi un’importante riflessione sul rischio di perdere questo patrimonio diffuso. Si dovranno avviare azioni di sviluppo investendo nella creazione di centri e laboratori di recupero da inserire nelle aree del cratere per restaurare e preservare i nostri beni artistici e architettonici, per renderli più resilienti ma anche più facilmente fruibili. Abbiamo le competenze per realizzare questo investimento con le nostre università e le accademie di belle arti, e attirare così tanti giovani pronti a investire il proprio futuro in questo progetto.  

Poi abbiamo i beni immateriali, danza, teatro, musica (sinfonica e lirica) che concorrono a rendere ricca la nostra regione, anche loro leva moltiplicativa economica al pari dei beni materiali. Anche qui un duplice canale di azione: quello che crea, sostiene e promuove la struttura teatrale (o la sala da concerto), quello che forma gli esecutori, i giovani che si formano nelle nostre scuole e nei nostri conservatori. Siamo una regione ricca di cultura, dobbiamo valorizzarla, comprenderne il valore economico che può generare.

Non dobbiamo dimenticare anche i “nuovi beni”, mai prima “visti” e ora invece reclamati come oggetti della storia materiale e immateriale del modello marchigiano. Tra questi, le botteghe degli artigiani da cui si è originato il modello delle PMI marchigiane; oppure, i beni delle Marche preindustriali, così come le intere collezioni di didattica scientifica disseminate nelle varie scuole marchigiane. La connessione tra mondo della scuola e museo/enti andrà rinforzata con azioni da entrambi i lati, nella scuola si formano i cittadini del domani. Alla scuola si affiderà la “cura” di alcuni siti con adeguate e specifiche modalità. Si svilupperà poi un intenso programma di digitalizzazione. Il patrimonio culturale marchigiano è scarsamente documentato, una caratterizzazione digitale permetterebbe di condividerne il valore e attirare visitatori nei nostri musei. Tutte queste azioni dovranno in ogni caso convergere sulla creazione di un brand da associare alla produzione culturale, enogastronomica, industriale delle Marche, della nostra regione si parla poco, non esiste un “canovaccio” dell’identità culturale marchigiana e di come questa venga “conservata, salvaguarda, valorizzata”. 

Posso anch’io fare la mia parte, al termine della scrittura di questa lettera, andrò a potare i miei ulivi, anche loro contribuisco a rendere bella e attraente la nostra Regione.


Febbraio 17, 2020 11:00 pm
by Sauro Longhi